28 March 2012

IL DIVISIONISMO IN ITALIA. Riflessioni sulla mostra di Palazzo Roverella

Partiamo dalla fine. Sono giunta alla conclusione che una mostra può essere apprezzata solo se si hanno gli strumenti per poterla conoscere. Niente di nuovo, però è fondamentale ribadirlo perché altrimenti si rischia di banalizzarne il contenuto, che in questo caso è tutt'altro che solito. 
Pensando al titolo "Il Divisionismo. La luce del moderno", la mente (la mia, quantomeno) non può che correre veloce al pointillisme francese: vi ricordate Seurat e Signac, i maestri del colore diviso per puntini? Ecco, proprio loro hanno tradotto con rigore e geometrie le teorie del colore di Chevreul secondo le quali, accostando colori puri con piccoli puntini vicinissimi gli uni agli altri, si potevano trarre molte altre tonalità. 
La domanda è: sono i divisionisti italiani figli del puntinismo francese? No.
Nonostante le ricerche artistiche dei pittori francesi abbiano anticipato di circa quindici anni le esperienze italiane, il divisionismo in Italia si è formato in modo autonomo. Mi soffermo sul panorama italiano perché in effetti gli artisti considerati in questa mostra sono tutti italianissimi, anche se i cognomi di due pittori - Grubicy De Dragon e Lloyd - potrebbero indurre in inganno.
Veniamo alle coordinate storico-artistiche. Il 1800 sta per finire e il tramonto di questo secolo porta scompiglio dal punto di vista sia economico sia artistico. Si aprono le prime fabbriche, nascono i primi movimenti operai, viene fondato il Partito socialista a Genova e le città iniziano ad essere illuminate dalle prime luci artificiali. L'arte risente moltissimo di questi cambiamenti, e sarà proprio per questo che a fine secolo si verifica una delle svolte più importanti che caratterizzano l'arte cosiddetta contemporanea: l'abbandono del verismo, della mimesi naturalistica, del ritratto dal vero. Con la nascita della fotografia non era più necessario cercare di rendere in pittura la natura così com'era, vista l'istantaneità e la fedeltà (se mantenuta) dell'immagine fotografica.
Gli artisti presenti in mostra aderiscono tutti a questa tecnica divisionista per realizzare opere in cui l'aderenza al vero viene meno in favore dell'ideismo, ossia della volontà di trasmettere le emozioni attraverso un'opera che diviene simbolica. Un paesaggio non è più solo un paesaggio, ma anche metafora musicale; una scena quotidiana non viene semplicemente estrapolata dalla realtà, ma si trasforma in un'arma di contestazione sociale.
Questo e molto di più è presentato in dieci sezioni livellate su due piani del Palazzo Roverella, degna cornice di un'elegante rassegna artistica che illumina la nostra piccola Rovigo.


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