01 November 2011

BIENNALE#2. ARSENALE

Seconda puntata alla Biennale con meta l'Arsenale. Muniti di piantina incomprensibile iniziamo il giro continuando la visita di ILLUMInazioni, lasciata in sospeso ai Giardini. Si capisce subito che a prevalere sono il buio e una buona dose di tecnologia tra sottofondi sonori e videoarte. Il luogo è meraviglioso: lo scheletro dell'edificio è volutamente spoglio, con tetto in legno a capriate e pareti scrostate che mostrano l'azione inesorabile del tempo. Una povertà perfetta per contenere alcune delle opere in mostra - tra le mie preferite della sezione internazionale - che tra l'altro ben si adattano all'atmosfera (assente per le calli) di Halloween. La prima è una drago realizzato con camere d'aria nere e fili di lana colorati di Nicholas Hlobo, mentre la seconda di Urs Fischer è un'installazione funerea con tanto di altare di marmo con bassorilievo, sedie bucate e corpi mutilati, il tutto ricoperto di cera colata.

Nicholas Hlobo

Urs Fischer
Visto il tipo installazioni non troppo allegre ho iniziato a riflettere su ciò che mi attrae quando visito un'esposizione d'arte: di certo non sono stanze-ludoteca come quella di Norma Jeane ai Giardini, anche se l'idea è simpatica (si può interagire con la plastilina colorata = l'opera si forma grazie al contributo in fieri del fruitore), e neppure installazioni statiche, morte, quasi fossilizzate e molto spesso noiose da analizzare (vedi Gabriel Kuri). E lontane dal mio interesse sono anche quelle opere che si rifanno in modo scandaloso ad artisti del passato, rivisitandoli (e rovinandoli) in modo contemporaneo, come Seth Price che guarda al New Dada americano di Rauschenberg.

Norma Jeane

Ciò che sa regalarmi il brivido è immerso in dense atmosfere tenebrose in cui la forma è perfettamente riconoscibile: non solo Hlobo e Fischer della sezione internazionale ma quasi tutta la sezione del Padiglione Italia, a mio avviso il più straordinario della Biennale. Chissà che si è detto sul lavoro di Sgarbi, quanto lo hanno criticato e se qualcuno ha trovato lati positivi nel suo contributo; quel che è certo è che mi sono disinteressata di proposito per non farmi influenzare.
Per come la penso io, L'Arte non è Cosa Nostra ti abbraccia, ti avvolge come una coperta, le opere ti stanno attorno e litigano per catturare la tua attenzione. E' un caos favoloso dove si accostano mille colori e le voci di chi ha voluto accostarsi all'artista per trarne un'interpretazione, un commento, un'idea. Nutro in verità dei dubbi sui criteri che hanno determinato un "intellettuale" piuttosto di un altro (Giuliano Ferrara? Franco Frattini?), anche se queste scelte dimostrano che tutti possono avvicinarsi al mondo dell'arte, possono capire al volo l'intento dell'artista come stravolgerne completamente il significato; l'importante è sentirsi parte di questo mondo senza avere quella scomoda impressione di essere troppo lontano dagli addetti ai lavori perché funzioni. Godersi una mostra equivale a viverla, chi se ne frega se il Caronte di Rosetta Acerbi Petrassi allude a questo o quello! Per quel che ne so potrebbe rappresentare il padre, il prete, Berlusconi, o semplicemente il Caronte della Divina Commedia.

Rosetta Acerbi Petrassi

E' pur vero che se la fantasia è limitata, per una fruizione più corretta di questo Padiglione ha molto più senso ascoltare l'audio-guida, cosa che invece è superflua quando ci sia addentra nel Museo Della Mafia: i passi percorrono queste sale improvvisate scricchiolando su assi precarie, lo sguardo si pone sulle prime pagine di giornali dense di argomenti e immagini crude, il rumore dei tasti delle macchine da scrivere, il Compianto di Cesare Inzerillo che rimanda a quel gusto del macabro di cui parlavo prima, fino ai ritratti di uccisi e assassini. 







Alla fine torna la luce, si esce nella sala e si respira ancora l'atmosfera di caos colorato che ci aveva accompagnato, dove un piccolo lavoro di Piero della Francesca non stride come invece accade per il Tintoretto: il Quattrocento italiano può far parte di questa giungla contemporanea, partecipa al festival dell'arte e contribuisce ad arricchire la visita di due insaziabili come noi.

Marcello Jori








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