10 October 2011

GLI ANNI FOLLI al Palazzo Diamanti

Sospettosa lo sono stata fin dall'inizio: mostre di questo tipo sono più che altro trappole commerciali per polli, come me del resto (anche se nel mio caso quella di ieri è stata un'occasione per non restare a casa di domenica pomeriggio). Anche il prezzo così alto (8,50€ il ridotto) dà un po' fastidio; tuttavia, sorvolo con garbo pensando che l'Italia non è Londra e che il Palazzo Diamanti non è la National Gallery.  
Gli anni folli: con un titolo del genere chissà quali diavolerie hanno esposto, penso ingenua e fiduciosa. Il tema della mostra tratta in effetti un periodo storico vivacissimo dal punto di vista artistico perché proprio in questi anni, il primo dopoguerra a Parigi, si assiste allo sviluppo delle avanguardie, con protagonisti che hanno rivoluzionato il modo di intendere la pittura: Monet e Renoir (siamo sicuri che fanno parte di questi fantomatici anni folli e della modernità? Servono forse come liaison tra l'accademismo ottocentesco e l'autonomia artistica primo-novecentesca?) sono i primi artisti che si incontrano nelle sale claustrofobiche del percorso espositivo, in cui non si incontra neppure una finestra e le luci sembrano più adatte per le funzioni religiose. 
Una noia pazzesca inizia a pervadere l'atmosfera già dopo i primi quadri e non ci abbandonerà fino all'undicesima sala dedicata al dadaismo, le cui opere hanno il merito di infondere sempre un certo entusiasmo qualsiasi sia la loro ubicazione. Dicevo noia perché l'esposizione segue un carattere molto didattico (sembra la traduzione in tre dimensioni di un manuale d'arte del liceo, senza però le opere migliori che di solito corredano i libri di testo), e induce una visita esclusivamente passiva: l'idea è che ogni sala valga per sé e che non ci sia una continuità logica. In realtà la continuità c'è e segue il filo cronologico: così si spiega la decisione di iniziare con Monet e di finire con Dalì. 
Il giudizio negativo su questa mostra naturalmente non è riferito agli artisti esposti: le correnti artistiche del secondo Novecento non avrebbero avuto senso senza il contributo fondamentale delle avanguardie storiche. La critica perciò si muove innanzitutto per la scelta del titolo, Gli anni folli, che ha il solo compito di attirare la massa speranzosa di vedere qualcosa di veramente straordinario e che invece si ritrova Monet e Renoir come capofila. Inoltre, la disposizione delle opere non rende giustizia a chi le ha realizzate: prendo come esempio la sala striminzita dedicata al neoplasticismo di Mondrian, con due tele illuminate alla meno peggio che rendono il bianco come se fosse una tinta sporca (abissale è la differenza con la tela di Mondrian esposta alla Fondazione Guggenheim di Venezia).
L'unico momento di vera gioia, oltre ai ready-made/objets-trouvés di Duchamp e Man Ray, si è rivelato lo shopping al bookshop, ricco di occasioni come cataloghi a prezzo ribassato e convenzionali poster-arredacamera. E come dice il saggio,  se l'entusiasmo arriva solo alla fine vuol dire che il resto può esser tranquillamente tralasciato.




WHAT'S NEXT BIENNALE#2. ARSENALE.

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